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La fragilità dell'autotrasporto: un destino segnato?

Roma, 21 luglio 2021

Continuo a pensare che, per capire quello che il futuro ci riserva, basta guardare a quello che abbiamo sotto gli occhi. Vale non solo per l’Autotrasporto, a proposito del quale, comunque, evidenzierei i seguenti aspetti:

1) Per gran parte dei Trasportatori - intendendo con ciò quelli che lavorano con i “propri” camion (e non con “quelli degli altri”) - il lavoro, se va bene, è di seconda mano, quando non di terza o peggio: insomma, il nostro “Grande Fratello”, più che dalle restrizioni anti-Covid, nasce dal mercato, e si chiama “subappalto” o, in modo tecnicamente più corretto, “sub-vezione”.

2) Questa è diventata una delle ragioni per cui la gran parte delle imprese annaspa per far quadrare i conti (chiedere alle Banche!).

3) A ciò si è aggiunta, negli ultimi sei mesi, una mazzata chiamata costo del gasolio: circa il 15% in più rispetto a dicembre scorso. Il che significa un aumento dei costi generali delle aziende, in alcuni casi, del 5%, senza alcuna possibilità di farsi riconoscere detto aumento dai propri committenti. Possiamo immaginare con quale beneficio per i conti, che già non tornavano prima!

4) Sul versante, apparentemente opposto, non si trovano più autisti da mettere sui camion. Ne dovrebbero mancare, in Italia, non meno di 20 mila. In un quadro allarmante della disoccupazione, sembra quasi una provocazione. Molte sono le ragioni del fenomeno, ma tutte convergenti nell’evidenziare lo scarso appeal del settore, sia per giovani che per anziani, italiani o stranieri.

Stando così le cose, la vera domanda da farsi è come fa a stare ancora in piedi un sistema così messo.

Eppure, la macchina gira. Ma, per fatti del tutto accidentali (come ulteriori aumenti del gasolio, o l’allungamento dei tempi di pagamento, o magari per le file estenuanti sulle autostrade causa lavori, o altro ancora), la macchina potrebbe andare in tilt.

Più che una minaccia, ho provato a descrivere una fragilità del nostro settore, che dovrebbe essere motivo di preoccupazione, non solo dei Trasportatori, ma di quell’Italia - fatta di imprese, città e famiglie - che potrebbe rischiare quello che durante il covid le è stato evitato, proprio grazie ai Trasportatori.

La politica continua a rimuovere il problema, come se non esistesse, trincerandosi dietro il fatto che, di proteste eclatanti, dal settore non ne sono finora venute.

Anche il mondo della rappresentanza sembra piuttosto sottovalutare la situazione, oscillando tra il piccolo cabotaggio e gli scenari futuri(bili) dei camion a trazione elettrica e, magari, con pilota automatico.

In questo quadro, le sfide della transizione ecologica che ci aspettano rischiano di risultare ridicole, per quanto lontane dalle reali possibilità di un sistema imprenditoriale stremato.

Il tutto per dire che c’è una priorità da affrontare in questo settore, rappresentata dalle sue attuali regole, superate dai fatti economici, che rischiano di produrre il collasso del nostro sistema di trasporto, con implicazioni serissime per l’intero apparato economico nazionale. Non so neppure se la Viceministra Bellanova, nonostante gli impegni presi, sia stata messa nella condizione di percepire il reale stato di crisi del nostro settore.

È possibile che la politica, attardata nei suoi riti, per avvertire l’allarme attenda che la protesta esploda. Al contrario, questo è il momento in cui la responsabilità (dei Trasportatori) deve essere ripagata con altrettanta responsabilità (da parte dello Stato).

Le “regole” costano allo Stato assai meno dei “ristori”, ma è chiaro che sono assai più difficili da fare, perché vanno a toccare interessi che si sono consolidati negli anni, grazie a coperture anche politiche. È proprio questa la scelta su cui aspettiamo politica e istituzioni.

Quanto alle associazioni, prendendo a prestito un concetto recentemente espresso da un collega, la scelta tra l’assistenza da parte dello Stato e la riscrittura delle regole (e il loro controllo), pur con tutte le precauzioni possibili, non sembra più rinviabile.

È infatti del tutto evidente che un’impresa non può affidare il proprio futuro ai “ristori” pubblici ma, al contrario, con regole adeguate, potrebbe provare a costruirsene uno. Possibilità, in questo caso, direttamente collegata alla sua capacità di essere imprenditore.

Claudio Donati

Ultima modifica il Mercoledì, 21 Luglio 2021 09:55

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