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Pessima novità nel nuovo anno: c’è anche un rischio virus “finanziario”

Roma, 8 gennaio 2021

Continuo a ritenere che in questo momento il primo dovere per ognuno di noi sia quello di rispettare le tre regole che conosciamo: mascherina, distanziamento e lavaggio frequente delle mani, in attesa che i vaccini inizino a rallentare l’epidemia. Strada lunga, ma senza troppe alternative. Le infinite dissertazioni sul perché e il per come si dovesse o si potesse far meglio, mi sembrano poco utili per affrontare i sacrifici a cui, tutti, anche se in misura diversa, siamo chiamati. Ci sarà tempo e modo per definire torti e meriti di un dramma straordinario. Per adesso, privilegerei la sobrietà e il massimo impegno per uscire il prima possibile fuori dal tunnel.

Tutto ciò, nonostante si debba sottostare a misure spesso incomprensibili e, a volte, decisamente, inique (per il nostro settore, basti ricordare la questione dei servizi pubblici, compresi quelli igienici, negati alla nostra gente, su molte strade italiane nel periodo della pandemia).

Tra le iniquità, ultima solo in ordine di tempo, un rilievo speciale merita l’introduzione, dal 1° gennaio 2021, di una pesante novità, che prevede la messa in default, con conseguente chiusura dell’accesso al credito, per qualsiasi Piccola e Media Impresa, Autotrasportatori compresi, a fronte di un ritardo di oltre 90 giorni nel pagamento di debiti contratti con la banca, partendo da un importo minimo di 500 euro.

È un tema su cui altri colleghi, non molti per la verità, sono lodevolmente intervenuti, ma che voglio riprendere, per rafforzare, se possibile, l’allarme.

Non è una novità, dicono i tecnici, dimenticando che nel frattempo c’è stato un piccolo dettaglio chiamato Covid-19, con i disastri conseguenti.

Banca d’Italia è intervenuta dicendo che il fatto non è obbligatorio, in quanto i vari istituti bancari possono derogare alla norma, accordando alla propria clientela possibilità di una certa flessibilità nel chiedere il rientro dal debito con loro contratto. Ma, appunto, è solo una possibilità, la cui attuazione è affidata esclusivamente alla discrezionalità della banca.

In un paese normale, cioè in un paese in cui tutti i debitori pagano puntuali i propri creditori, potrebbe anche essere una regola accettabile; ma forse, in quel caso, ci sarebbe molto meno bisogno delle banche. Nella realtà, invece, succede che, a fronte di un’ulteriore dilatazione dei tempi di pagamento (che in Italia sono già abbondantemente oltre la media europea), dovuta alla crisi economica innescata dal Covid-19, l’unico creditore che si può permettere di pretendere il rispetto puntuale dei tempi di pagamento dei propri crediti è la banca, in virtù del potere conferitole dalla legge.

Mi auguro che questo aspetto possa essere quanto prima affrontato in UNATRAS, perché il tema dei tempi di pagamento, alla luce di questa tegola, assume, anche specificamente per il nostro settore, una nuova e più drammatica urgenza, da riproporre immediatamente all’attenzione del Governo.

In questa sede, tuttavia, mi preme soffermarmi sul significato politico generale di questa vicenda.

Siamo davanti a un qualcosa in totale contrasto con le politiche di sostegno (i famosi decreti-ristori) messe in campo dal Governo in questi ultimi mesi, circa 100 miliardi di euro. Perché lo Stato, se da un lato interviene, con contributi e fondi di garanzia, per sostenere il sistema economico attraverso iniezioni di liquidità, dall’altro autorizza il sistema bancario ad attuare una stretta creditizia, che risulterà fatale a migliaia di imprese. Insomma, mentre con una mano si prova a immettere ossigeno finanziario, attraverso risorse pubbliche, nello stesso tempo, altrettanto ossigeno rischia di essere tolto, attraverso la stretta di rubinetto operata dalle banche. Qualcosa, evidentemente, non quadra.

Sotto il solito ombrello dei criteri imposti dall’Europa, si attua una politica di restringimento del credito, condannando - ripeto - migliaia di Piccole e Medie Imprese alla morte o spingendole verso i capitali di provenienza dubbia.

Si tratta di un problema di così forte impatto sull’economia, che desta stupore la sottovalutazione del Governo e dalla Politica, salvo eccezioni rarissime.

“Condivisione”, sulla bocca di tutti, è considerata la parola-chiave per ricostruire un modello economico nuovo al posto di quello messo alle corde dalla pandemia. Ma ciò che sta facendo il mondo bancario va nel senso esattamente opposto, e somiglia, semmai, ad una vecchia riproposizione di difese lobbistiche, tipo “mors tua vita mea”. Un atto di destabilizzazione del sistema, che mina la fiducia tra i vari soggetti economici, che dovrebbero, in questa fase, ricercare tutte le forme di cooperazione possibili, piuttosto che scegliere di alzare muri per difendere i propri orticelli.

Se le parole hanno un senso, non si capisce il perché di tanto silenzio. Oltretutto, se è vero che, mai come questa volta, nessuno si salva da solo, c’è da restare sorpresi per tanta miopia.

Claudio Donati

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