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Se non ora, quando?

Roma, 2 ottobre 2020

Sono tempi difficili, per tutti. Anche per il mondo associativo (Confederazioni e Sindacati inclusi) che viene spesso visto dai propri aderenti – a torto o a ragione – come corresponsabile, insieme alla Politica, dell’insufficienza delle risposte alla crisi.

Stabilito che “la” soluzione, intesa come cancellazione miracolosa della crisi, sia sanitaria che economica, non esiste, bisogna aver chiaro che, per invertire la tendenza e ricominciare a crescere (economicamente), occorrerà comunque tempo. Ma, soprattutto, scelte adeguate.

Non so se questo Governo sarà in grado di farle. L’augurio sincero è che lo sia. Ed è un augurio interessato, perché c’è il rischio per il Paese di sprofondare dentro una crisi irreversibile, affogando in un livello di indebitamento insostenibile per un’economia piatta. Dall’altro lato, abbiamo un’opportunità straordinaria di cambiare, in modo radicale, il nostro attuale modello, che ci ha regalato oltre dieci anni di stagnazione economica. Occorre pensare ad un modello di sviluppo che, diversamente dal passato, garantisca equilibrio e coesione sociale, autosufficienza per quanto riguarda risorse e servizi strategici nazionali, capacità competitiva a livello internazionale, valorizzazione delle nostre eccellenze (capitale umano, patrimonio storico-artistico e paesaggistico).

Nonostante le non poche contraddizioni, dilettantismi e limiti di vario genere, due meriti mi sento di riconoscere a questo Governo: l’aver saputo affrontare l’emergenza sanitaria meglio di altri Paesi, e l’essere stato in grado di favorire in Europa posizioni finalmente coerenti con le proprie radici, in tema di politica economica, che hanno prodotto, per l’Italia, i famosi 209 miliardi di euro del Recovery Fund.

Ma adesso arriva la partita più difficile: saper progettare e saper spendere queste ingentissime risorse. Due cose per le quali, finora, l’Italia ha dimostrato scarsissima attitudine.

La premessa è necessaria per dire che l’Autotrasporto non sta solo nel chiuso dei propri problemi, ma è dentro il momento storico che stiamo vivendo, ed è in grado di vedere e valutare quello che succede attorno. Proprio per ciò, a me pare che il rapporto tra questo Governo e l’Autotrasporto non sia in linea con quanto sarebbe necessario.  Non si tratta né di pregiudizio, né di ingenerosità. E, a ben vedere, non si tratta neppure di un giudizio sul Governo che, alla fine, ha fatto quasi tutto (vedremo meglio entro pochi giorni) quello che gli è stato chiesto.

Forse dovremmo interrogarci se gli è stato chiesto, oltre l’emergenza, quello che serve per davvero per far ripartire questo settore: le regole minime per trasformare la giungla di oggi in un mercato decente, nel quale si possa avere quella sicurezza e trasparenza, attraverso cui ottenere l’efficienza necessaria; in altre parole, un mercato in cui i trasportatori capaci possano tornare a fare utili.

Quale occasione migliore di questa per affrontare le necessità che il settore richiede? Questa è la discussione che vogliamo fare con il Governo e con tutte le forze politiche. Una discussione che ingloba tutte le altre questioni di cui parliamo ogni giorno: dall’impatto ambientale alla digitalizzazione, dal rinnovo del parco veicolare al costo del gasolio, dal dumping sociale all’intermediazione parassitaria, dall’illegalità sempre più diffusa alla carenza degli autisti, alle tariffe spesso da fame.

Senza voler convincere nessuno ad ogni costo, è evidente che certi treni non passano tutti i giorni. Di qui la necessità di alzare il tiro, provando a misurarci con la sfida del cambiamento che il nostro mondo, volente o nolente, ha di fronte. A nostro avviso, oggi non è più sufficiente limitarsi a parare i colpi che di volta in volta il nostro settore subisce, cercando di contenerne i danni. Occorre avere il coraggio di affrontare i nodi che impediscono, da troppi anni, all’Autotrasporto di crescere. Che è, lo sappiamo, principalmente (ma non solo) una questione di regole.

Esistono, in questa fase, condizioni generali esterne favorevoli ad un percorso di valorizzazione delle nostre imprese. Dobbiamo fare in modo, attraverso un’interlocuzione credibile, che l’innovazione favorisca un processo virtuoso di crescita delle imprese, evitando che siano i nostri clienti a decidere per noi. Oggi si può tentare di farlo. Non è affatto detto che sia così anche domani.

Appunto, prendendo a prestito il celebre romanzo di Primo Levi: se non ora, quando?

Claudio Donati

 

Ultima modifica il Venerdì, 02 Ottobre 2020 18:31

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