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Evitare la collisione tra tempi della politica e tempi delle imprese

La notizia delle dimissioni del Viceministro con delega all’Autotrasporto, On. Edoardo Rixi, a seguito della condanna per peculato, al di là degli aspetti politici più generali, che in questa sede non ci competono, porta due conseguenze immediate e negative: viene a mancare all’Autotrasporto il suo primario interlocutore istituzionale, ed è a rischio il lavoro faticosamente avviato nei mesi.

Dunque, non abbiamo motivi per festeggiare e, al contrario, molte ragioni per essere preoccupati che, ancora una volta, i tempi della politica non coincidano con le esigenze del mondo delle imprese.

Il solo modo per fugare le ombre è provvedere immediatamente a conferire la delega per l’Autotrasporto ad un altro rappresentante del Governo e rispristinare, in continuità, il tavolo di confronto sulle “Regole”.

Pensiamo di poter ritenere che il Governo si attiverà con la solerzia necessaria. In ogni caso, e su questo siamo certi, non mancherà un’iniziativa adeguatamente forte da parte di UNATRAS.

Nell’attesa, propongo, a chi vorrà proseguire, la seguente digressione, partendo da due parole, apparentemente lontane tra loro, apparse recentemente nel dibattito politico, per dimostrare quanto da vicino ci riguardino.

La prima parola è “massimo ribasso”, tornata adesso in auge, grazie alla discussione sul decreto “sblocca-cantieri”; l’altra è “sostenibilità”, considerata in ogni convegno requisito imprescindibile dello sviluppo economico.

“Massimo Ribasso”

A leggere i giornali, tutti concordano sui guasti prodotti dal meccanismo perverso del massimo ribasso applicato negli appalti, sia sulla qualità delle opere, che sulla sicurezza dei cantieri e sul taglieggiamento di reddito ad ogni passaggio di subappalto. E’ chiaro a tutti che, con questo sistema, si strangolano le imprese, a vantaggio dell’intermediazione. Nel settore delle costruzioni (e non solo) non è un’ipotesi, ma il dato offerto dall’esperienza di molti decenni. Senza contare come, in un contesto così opaco, ogni forma di economia illegale trovi il suo ambiente più congeniale.

Nel campo del trasporto merci le cose stanno esattamente allo stesso modo: assistiamo ogni giorno ad una sorta di enorme borsa-carichi, caratterizzata da migliaia di richieste di trasporto (una specie di mega-appalto del trasporto), da effettuare “al massimo ribasso”. Il fatto che questi prezzi (al massimo ribasso) siano al di sotto di qualsiasi compatibilità con i relativi costi, e che questo avvenga in maniera sistematica, viene considerato – al contrario di quando si parla di appalti veri e propri - come un fatto normale, anzi, un segno di efficienza del sistema.

In realtà, si stanno producendo tutti i danni che ”il massimo ribasso” produce in ogni settore in cui viene praticato: strangolamento delle imprese che trasportano, crescita dei margini per l’intermediazione, calo della sicurezza, allargamento delle aree di illegalità.

Noi pensiamo che questo sistema non possa andare avanti così: non ci può essere una legittimazione del principio del massimo ribasso affidata al solo mercato. Specie, quando questo è senza regole, come avviene nell’autotrasporto, dove c’è una tale sproporzione di forza, tra il vettore e chi gli dà il lavoro, da non consentire alcuna trattativa. Esiste solo l’ordine del committente (primo vettore), da accettare oppure no. La condizione di oggettiva soggezione costringe, quasi sempre, il trasportatore ad accettare quello che, più che un’offerta, è spesso un vero e proprio ricatto.

La necessità di tracciare una linea minima del prezzo del trasporto, al di sotto della quale si è fuori dalla legge, è del tutto evidente e, per quel che ci riguarda, imprescindibile.

Quel che vorrei sottolineare è che siamo di fronte, non tanto a semplici rivendicazioni di categoria, ma ad una battaglia culturale, tra chi vuole una società più equilibrata e chi vuole difendere i privilegi delle posizioni economicamente predominanti. I fatti stanno dimostrando che questi ultimi fautori del liberismo (spesso “a targhe alterne”) costituiscono la parte più arretrata – e retriva – della cultura economica.

Sul piano pratico, questo è uno dei punti che vogliamo riprendere quanto prima con il nuovo rappresentante del Governo.

Sostenibilità

In genere, quando si parla di sostenibilità, ci si riferisce a quella ambientale. Siamo tutti d’accordo sul fatto che, per avere un mondo più vivibile, occorre consumare meno idrocarburi, avere veicoli meno inquinanti, etc.

Per le imprese, come è ovvio, si tratta di sostenere un costo, per investire nel rinnovo del parco veicolare. Costo che, per essere abbordabile, deve risultare “compatibile” con il bilancio aziendale. Come si fa, se le imprese non guadagnano, a investire? Chiedo: se l’Italia ha il parco veicolare più obsoleto d’Europa, è perché i trasportatori sono cattivi? E’ una questione di contributi pubblici, di incentivi? Certo, anche quello, tutto aiuta.

Ma, il vero incentivo è costituito dal mettere l’impresa nella condizione di “guadagnare”.

Appare dunque in tutta la sua evidenza la contraddizione tra il principio del “massimo ribasso” e quello di “sostenibilità”. Bisogna scegliere: delle due, l’una. Non c’è una terza via.

Una scelta che per la gran parte del mondo imprenditoriale dell’autotrasporto è già chiara, ma non altrettanto è per l’opinione pubblica e, segnatamente, per le Istituzioni e la politica.

Claudio Donati

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