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L’autotrasporto, il 2016, l'unità e la sfida del cambiamento

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Con l’approvazione definitiva della legge di stabilità per il 2016 sono state varate anche le misure per l’Autotrasporto, in linea con l’accordo Governo-Associazioni  dello scorso novembre.

Confermiamo il giudizio nell’insieme positivo, soprattutto perché le misure contenute nella legge di stabilità fanno intravedere un’idea di azione politica, diretta a favorire nel settore l’innovazione e la capacità competitiva, seriamente compromessa, finora, da iniziative che, nel corso degli anni, si sono rivelate di scarso valore strutturale.

Occorre invece (soprattutto al Paese, prima ancora che agli imprenditori del settore) ripensare l’autotrasporto italiano come l'anello imprenditoriale centrale di un sistema logistico nazionale che tuttora mostra segni evidentissimi di inefficienza, risultando, anziché un fattore di traino della capacità produttiva dell’Italia, una sorta di zavorra che contribuisce ad allontanare il nostro Paese dal novero dei protagonisti economici internazionali.

 

Tradotto in parole povere, è evidente che, ad esempio, se nei porti italiani i tempi di sdoganamento delle merci sono di circa 18 giorni e in Olanda di 6, conviene portare le merci  provenienti da India o Cina, via Suez, a Rotterdam e, da lì, trasportarle in tutta Europa, su strada, bypassando il naturale approdo sul Mediterraneo costituito dalla penisola italiana, perché antieconomico.

A nostro parere, la riforma dei porti annunciata dal Ministro Delrio, che occorre ora mettere concretamente in pratica, va in questa direzione. 

Va in questa direzione anche  il Portale per la verifica della regolarità dei trasportatori che occorre certamente rafforzare; ma che, finalmente, è partito.

E va in questa direzione pure la diffusa, seppur non ancora ben delineata, esigenza - che circola tra le imprese e gli operatori - di una riforma del nostro settore ed alla quale le Associazioni sono chiamate a rispondere.

Si potrebbe dire che, se ci sono idee, è il momento di tirarle fuori, per orientare il cambiamento nel senso più favorevole alle nostre imprese.

Sarebbe un grave errore, anche  se certamente più comodo,  tirare a campare, evitando di affrontare  i nodi (a titolo d’esempio: committenza, concorrenza sleale interna ed estera,  riforma del contratto di trasporto, costo del lavoro, fiscalità, etc.) che il cambiamento ci pone davanti agli occhi.

Perché il cambiamento è inarrestabile e porta con sé il rischio, assai pesante, che i problemi finiscano per scaricarsi sui trasportatori, nel caso di inerzia delle loro rappresentanze sindacali.

In un simile contesto, è evidente che occorra fare un passo in avanti notevole sul terreno dell’unità della rappresentanza.

A questo proposito, ho letto con interesse l’appello in tal senso del presidente della Conftrasporto, Paolo Uggè.

Come non essere d’accordo sul bilancio amaro da lui tratto? E’ evidente che si sarebbe potuto fare di più (e tuttavia, anche se ciò non può consolarci, c'era persino il rischio che si facesse di meno).

Soprattutto, a me pare che occorra guardare avanti e considerare che siamo giunti nella fase in cui è imprescindibile rendere più stringente il percorso unitario.  Il nuovo anno, da questo punto di vista, sarà decisivo.  

Se è chiaro che i fatti dipendono dalle persone, è altrettanto vero che le persone vengono giudicate dai fatti di cui sono artefici.

Per dirla in modo più esplicito: oggi, diversamente forse da altri momenti, il modo per dimostrare il proprio effettivo ruolo di rappresentanza consiste nella capacità di interpretare gli interessi complessivi dell’insieme dell'autotrasporto italiano, inteso come sistema imprenditoriale complesso, composto di decine di migliaia di piccole  e medie imprese.

Un compito che va ben oltre la tutela dei propri associati; ma che, paradossalmente, è il modo più efficace per difendere “anche” i propri associati.

Senza troppi giri di parole, sappiamo che la strada dell’unità comporta la cessione di una quota di sovranità da parte di ogni realtà associativa a favore di entità ( UNATRAS, o altro) unitarie.

Per fare ciò occorre la fiducia reciproca tra i gruppi dirigenti; che si basa sull’onestà intellettuale di ognuno di loro.

Occorre, inoltre, una forte leadership; cioè, una chiara legittimazione in casa propria, per poter governare le inevitabili conflittualità interne, proprie di ogni fase di cambiamento.

Possono sembrare considerazioni poco legate alla quotidianità, ma è esattamente il contrario.

Basterebbe osservare, a ben altro livello, con quali sfide la “volontà di trovare soluzioni” deve cimentarsi su questioni complese e apparentemente irresolubili, cercando di conciliare l’inconciliabile - dalle alleanze “impossibili” (dall’Arabia Saudita alla Russia, passando per USA e Francia) nella lotta contro l’ISIS o  il coinvolgimento dei due governi locali (tuttora in guerra tra loro) per giugere al recentissimo accordo in sede ONU sulla stabilizzazione della Libia  - per rendersi conto che, al confronto, lo sforzo che ci viene richiesto è piccola cosa.

Questo ci porta a dire che le nostre  questioni  possono sembrare troppo grandi e complesse solo a quanti, per vari motivi, non sapranno dimostrarsi all’altezza della sfida e rinunceranno a lavorare per superarla.

Resta la certezza che, ove non si avesse il coraggio di affrontare il cambiamento, la cosa non sarebbe senza conseguenze. Specialmente per la credibilità dell’intera rappresentanza.

Buon anno a tutti!

Claudio DONATI,
Segretario Generale di T.I. ASSOTIR

 

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